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Perché è così difficile cambiare?

Il contesto in cui viviamo è in continua evoluzione ma le persone, una volta raggiunta una situazione di stabilità, tendono a non riuscire ad uscire dalla loro comfort zone. Cambiare in effetti è difficile  anche quando questa ci porta a situazioni di sofferenza. Perché accade questo?  

“È solo dopo essere uscito dalla tua zona di comfort che inizi a cambiare, crescere e trasformarti.”

― Roy T. Bennett

Crescendo ci si sente saldi nel proprio modo d’essere e il cambiamento, per quanto allettante, diventa anche una prospettiva che intimorisce. Intimorisce anche perché, sebbene pensiamo di voler cambiare, siamo convinti nel nostro intimo che il vero cambiamento non sia in realtà possibile. Non ci sembra realistico essere diversi da come siamo, comportarci in altro modo, pensare diversamente. Talvolta ci proviamo anche ma, nel tentativo di migliorarci, incontriamo degli ostacoli e di conseguenza ci scoraggiamo, arrivando a confermare quella paura profonda che abbiamo: per noi cambiare non è possibile. 

"Sono fatto così."

Diciamo spesso frasi simili, come scusa, come giustificazione del fatto che non è possibile attuare un cambiamento. Forse lo è per gli altri, ma non per noi. Talvolta, tuttavia, fa capolino la speranza che le cose possano “forse”, “chissà” anche cambiare ed allora ci sorge un’altra domanda. 

"Ci sono voluti decenni per capire qualcosa della vita e quindi perché dovrei cambiare proprio ora?"

Perché è difficile cambiare

Questo dubbio attanaglia molti di noi, bloccandoci in un confortevole limbo: anche se non si è molto felici al momento, il cambiamento porta con sé incertezza e questa incertezza ci porta a pensare che sia meglio non rischiare di peggiorare la situazione. Inoltre ogni situazione ha dei vantaggi, quello che viene chiamato il “vantaggio secondario” che ha una funzione nel nostro equilibrio psichico e che facciamo fatica a pensare di lasciare andare. 

Oppure spesso non attuiamo nessun cambiamento anche perché ci sovviene il pensiero di poter cambiare senza cambiare realmente. Proprio così: vorremmo un cambiamento ma senza modificare nulla del nostro modo di essere, di pensare, di fare, di relazionarci…insomma coviamo inconsciamente nel profondo l’illusione che facendo le stesse cose, agendo nella stessa maniera, pensando come sempre si possa ottenere un risultato differente. Come dire che se ci siamo ammalati in un determinato contesto, potremmo guarire autonomamente, senza modificare tale contesto.

Soprattutto nell’ambito delle relazioni con gli altri questa resistenza talvolta si mantiene granitica. La paura di cambiare si alimenta del timore che gli altri non accettino le nostre modifiche e le nostre nuove esigente e magari non ci apprezzino, non ci approvino, ci critichino o alla peggio, ci lascino. 

Tuttavia anche quando siamo convinti a voler attuare un cambiamento e forse siamo anche pronti a farlo, ci rendiamo conto che è difficile. 

Per capire meglio perché le persone fatichino a cambiare, possiamo prendere in considerazione i complessi meccanismi del cervello che ci possono limitare, costringendoci a rimanere su un percorso che non siamo sicuri di voler mantenere.

Modelli cerebrali formati

Man mano che si cresce il nostro cervello si plasma e costruisce degli schemi interni, ovvero dei “percorsi” che sono funzionali alla gestione della complessità: funzionando quindi in un modo, si strutturano delle abitudini e, nel tempo, si diventa sempre più fissi nelle proprie routines. In questo caso però non parliamo della nonna che insiste che la cena deve essere servita alle sei, si tratta di come reagiamo alle cose, affrontiamo i fallimenti, ci poniamo nei confronti delle sfide quotidiane. Quando si diventa adulti, nel  cervello si sviluppano dei meccanismi automatici. Per un qualsiasi tipo di innesco, esiste una risposta automatica corrispondente.

In una relazione, per esempio, si tende a reagire nello stesso modo ogni volta che il partner dice o fa qualcosa. Non ci pensiamo perché c’è uno schema cerebrale formato che dirige la nostra reazione. Quante relazioni fallite ci sono costate questi schemi? Per reagire in modo diverso, dobbiamo esaminare lo schema e capire perché alcune cose ci fanno arrabbiare, o perché altre cose ci feriscono. 

Anche il confronto con l’Altro aiuta a fare questa operazione di scoperta, comprensione, analisi dei propri schemi interni e dei propri automatismi. In questo la terapia può essere un valido supporto molto ed è proprio quando le persone scoprono i propri schemi interni oppure si accorgono di reagire in modo “sempre uguale” alle cose che decidono di chiedere aiuto e di affrontare con una persona “estranea” questa riflessione. 

Paura del fallimento

Forse non ci piace la strada che stiamo percorrendo, ma almeno pensiamo che ci abbia tenuto al sicuro finora. Questo vale per le relazioni, le scelte di carriera, la vita sociale, ecc. Come possiamo cambiare modo di fare proprio ora? Cosa succederebbe se dovessimo fallire e non dovessimo arrivare a un miglioramento? 

Cambiare il modo in cui siamo e in cui approcciamo i problemi più andiamo avanti con gli anni più diventa impegnativo. Ma è importante essere consapevoli del fatto che, sebbene col tempo diventi più laborioso farlo, non è mai troppo tardi per cambiare sé stessi. 

Se è vero che la nostra mente costruisce degli schemi è degli automatismi, è altrettanto vero che il nostro cervello ha una importante capacità di adattamento e cambiamento: si chiama proprio plasticità neuronale quella meravigliosa attitudine del nostro cervello a plasmarsi, evolvendo. E quindi se è fatto per costruire schemi, è altrettanto capace di cambiare i circuiti. Dal punto di vista neuronale ciò è possibile ma la vera resistenza è talvolta psicologica. 

Esitiamo all’idea di iniziare un percorso di miglioramento personale perché non sappiamo dove porterà. Pensiamo che verremo giudicati, che perderemo il nostro status sociale o il rispetto degli altri. 

Se solo potessimo smettere di rimuginare su questi possibili esiti negativi, ci potremmo concentrare sull’alternativa. Se avessi successo nel mio cambiamento? E se fossi felice della nuova vita? Se non proviamo, non lo sapremo mai. Ci potremo consolare con l’idea che abbiamo evitato di fare un errore e risparmiato energie, senza pensare mai a quanto avremmo potuto essere felici.

“Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiare se stesso.”

― Lev Tolstoj

Speranza ai tempi del Covid, ha senso parlarne?

Sono passati quasi due anni dall’inizio della pandemia e, per il momento, pare non vedersi la fine. Due anni di costante preoccupazione hanno avuto un impatto su tutti, su chi si sentiva forte e stabile e su chi aveva già qualche fragilità. Nessuno è stato risparmiato, anche se non tutti abbiamo pagato lo stesso prezzo. Abbiamo anche assistito ad un picco di nuovi malesseri psicologici oltre che al riattivarsi di vecchi disagi. 

Quindi, chi più, chi meno, ci siamo tutti sentiti invasi da sentimenti di disperazione o paure, passando da un’iniziale incredulità e sgomento al ritrovarci ad essere più cinici di prima. Tutti sintomi di stanchezza psicologica ed impotenza emotiva e mentale. 

Speranze disattese 

Questa stanchezza mentale non è arrivata subito, all’inizio eravamo tutti spaventati dal nuovo e pericoloso virus, ma c’era speranza.
“Altre due settimane e torneremo alla normalità” ci dicevamo. 

Le settimane però si sono trasformate in mesi. Nonostante ciò, la nostra speranza collettiva si è rinnovata con una nuova aspettativa: sei mesi al lancio del vaccino, altri sei mesi fino all’immunità di gregge. Insomma, il tempo che passava era cadenzato dall’attesa di un domani diverso, della fine di questa situazione, del ritorno a ciò che era. 

Ora invece abbiamo talvolta la sensazione di essere tornati al punto di partenza con la possibilità dell’imposizione di nuovi blocchi ed un virus che sembra non voler demordere.
“La curva è in rialzo“. Il semplice atto di leggere queste poche parole è ora sufficiente per gettare chiunque nella sconsolazione e nella negatività. Eppure, non possiamo permettere che questo accada. Se non ci prendiamo cura del nostro benessere mentale, nessuno lo farà per noi. Ciascuno, infatti, può fare solo per sé nel cercare nel proprio mondo interno delle risorse mentali ed emotive per far fronte a questa situazione. 

Mentre ci avviciniamo alla fine dell’anno, la maggior parte di noi sarà incline a dire riguardo al 2021 “finalmente ci liberiamo di quest’anno!”, proprio come abbiamo fatto l’anno scorso. La domanda che ci possiamo porre è come possiamo uscire da questo anno con la sensazione che non sia passato invano. Con la forza del periodo natalizio forse è il momento di rivalutare i momenti vissuti in questi mesi: se non possiamo modificare ciò che accade, possiamo cambiare il nostro approccio e la nostra reazione a ciò che ci succede. 

Certo, prima nutrivamo la speranza che tutto si potesse risolvere rapidamente, meglio, diversamente… Ma questo perché non avevamo nella nostra memoria vicende simili da prendere come riferimento. L’immaginario collettivo all’interno di una tale circostanza si è ora ridimensionato, è arrivato il momento di ritornare a vivere. Prendere coscienza che non  possiamo prevedere né controllare tutto è il primo passo, cercare un adattamento funzionale è il secondo. Ma cosa significa adattamento funzionale? 

Concentrarsi sul positivo

Proviamo a dimenticare il mondo esterno per un momento e a guardarci intorno.  

Come possiamo cercare di vedere il positivo in questa situazione? Si tratta banalmente di vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto? Diciamo che potremmo intenderla come un tentativo di vedere ciò che c’è invece di ciò che manca o che non c’è più. Di partire da quello che abbiamo per cercare di cogliere le opportunità, in questo momento, con queste risorse. 

Potremmo imparare questa modalità dalla natura: questa si rigenera sempre, si rinnova e riparte da quello che c’è in quel momento. Immaginiamo un incendio che distrugge una foresta. Sembra tutto morto ma poi la foresta riparte a rigenerarsi da ciò che è rimasto, un virgulto, una piantina, un seme. Certo, non ha alternative. Nemmeno noi  ne abbiamo. Ruminare e fissarci su com’era, su come dovrebbe essere, ci fa perdere di vista ciò che c’è ora. Ma da questo si può ripartire. Solo da questo. 

Per combattere la stanchezza psicologica è necessario mettere le cose in prospettiva. 

La forza che abbiamo mai pensato di avere 

Le prove della vita in tempi di Covid si sono forse fatte più aspre ma, avendole superate, ne siamo usciti fortificati, cambiati. Pensiamoci: se qualcuno ci avesse detto nel 2019 che avremmo affrontato due anni di un’orribile pandemia, non ci avremmo creduto. Eppure, eccoci qui. Mentalmente esausti e forse anche un po’ depressi, ma ce l’abbiamo fatta. Un giorno alla volta abbiamo attraversato chiusure, distanze, limitazioni, perdite. Non si tratta di sopravvivere al solo virus, ma a questo periodo terribile con tutte le sue difficoltà. E ci siamo riusciti attingendo a delle risorse interne che forse nemmeno pensavamo di avere. 

Rivalutare le priorità

Prima eravamo abituati ad andare tranquillamente al ristorante o a fare shopping, a volte quasi anche in modo automatico: poi  abbiamo scoperto che questa routine non era poi così scontata. 

Questo ha portato alcuni di noi nello sconforto e forse qualcuno è rimasto in questa condizione. Qualcun altro, invece, ha colto l’occasione per scoprire dinamiche nuove, abitudini diverse, piaceri dimenticati…. Durante gli interminabili lockdown molti hanno riscoperto altri aspetti della vita: passare un tranquillo pomeriggio di relax, fare una passeggiata vicino casa, stare con la famiglia… Abbiamo realizzato che avere una vita sociale attiva è importante, ma lo è anche passare del tempo con se stessi o con i propri cari.

Durante la pandemia quindi, molte persone hanno riscoperto la gioia di godersi le piccole cose, un’abitudine che vale la pena di mantenere anche quando le restrizioni saranno completamente tolte. L’abitudine di prendere il meglio anche dalle situazioni che non possiamo controllare, vivendo pienamente. L’abitudine a vivere il “qui e ora”. 

Godiamoci il momento

Con l’avvicinarsi delle vacanze invernali, entrando nell’atmosfera natalizia, è quindi importante riconoscere che ci sono ancora molte cose di cui essere felici. 
Lasciamo andare la rabbia, il rancore e la negatività legati al passato e rivolgiamoci con disponibilità al futuro. Certo, in momenti di criticità la rabbia ci permette di reagire, ci offre un capro espiatorio esterno cui dirigere la nostra paura e la nostra frustrazione. Ma in questo caso la rabbia, se pur condivisibile, può logorarci. Ci fa perdere la possibilità di goderci il qui e ora, il momento. Ci fa ancorare a posizioni rigide, talvolta intransigenti ed irrazionali. A volte il nemico non è fuori ma dentro di noi. Ci segue come l’ombra e può prendere il sopravvento: ecco che allora la paura diventa il criterio su cui prendiamo le decisioni. Ma la paura non è mai una buona consigliera. 

Allora che si può fare? Se l’immaginario collettivo non ci aiuta possiamo andare a cercare altri riferimenti interni, magari semplicemente recuperare la saggezza dei nostri nonni: “se è andata così, doveva andare così”.

Non è semplice fatalismo o passività, è quella saggezza antica che ha sempre aiutato chi ci ha preceduto a superare le avversità della vita. Recuperarla significa concedersi di pacificarsi con sé e aprirsi alla possibilità di cogliere le reali opportunità che questo momento della vita ci riserva. Viceversa ci lasciamo solo invadere  e logorare da emozioni “tossiche” che imbrattano il nostro “qui e ora” e soffocano ogni possibilità di rigenerazione.
Lasciamoci alle spalle la rabbia e la paura che ci hanno portato fino a qui e apriamoci, preparandoci ad accogliere serenamente e con positività l’anno nuovo.

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Rimedi naturali: meglio degli psicofarmaci?

In un precedente articolo abbiamo parlato dell’importanza e degli effetti benefici del pensiero positivo. Da solo però a volte non basta: in alcuni momenti di difficoltà le parole non sono sufficienti per combattere malesseri più profondi. Le emozioni infatti originano da reazioni chimiche nel cervello, non sono questione di “volontà” e per  questo motivo talvolta può essere opportuno assumere dei farmaci o rimedi per gestire meglio i sintomi

Sostanze come serotonina, norepinefrina o dopamina, appunto, influenzano negativamente l’equilibrio emotivo. Per contrastare queste reazioni spesso il medico potrebbe proporre l’uso di psicofarmaci che però in quanto sostanze “sintetiche” sono accolti con perplessità e riluttanza dalle persone. Al contrario, curarsi con prodotti naturali è considerato più sicuro, e senza controindicazioni. 

Ma i rimedi naturali sono davvero più efficaci? Perché si usano gli psicofarmaci? 

L’efficacia dei Rimedi naturali

Questa medicina è naturale, di sicuro è meglio degli psicofarmaci! Non fa male e va bene per tutti.”

Credenza comune

L’utilizzo di medicine alternative naturali per la cura di diverse patologie, tra cui depressione e ansia, è in rilevante e continua crescita. Il fatto poi che per questi rimedi naturali, spesso a base di erbe, non serva una ricetta, ne facilita reperibilità e assunzione. È proprio la facile reperibilità e il fatto che siano principi attivi naturali a far pensare che queste erbe siano efficaci. È importante ricordare però che anche una cosa naturale è fatta da elementi chimici e, come gli psicofarmaci, attiva reazioni chimiche quando assunta.

Certo, l’efficacia di alcuni rimedi naturali è comprovata: pensiamo all’ipericum (Erba di San Giovanni), antidepressivo già usato da Ippocrate, al Ginkgo Biloba, utile per rallentare il decadimento della memoria e per rafforzare antidepressivi, o alla lavanda e alla valeriana, buone per alleviare l’ansia.

Ognuno di questi è però efficace solo nella cura di determinati sintomi ed è quindi importante chiedere a un medico esperto di fitoterapia, o al farmacista di fiducia, prima di assumerli. 

Non tutti i rimedi naturali sono efficaci.

Attenzione a questo fatto perché, sebbene i rimedi naturali possano essere usati da moltissime persone, non è detto che siano davvero efficaci nel trattare i sintomi dei malesseri sentiti. Non tutti i composti in commercio hanno la stessa efficacia e questo dipende da molti fattori. Inoltre alcuni principi attivi o erbe, per quanto decantati, non possiedono nessun reale effetto dimostrato. È quindi importante controllare sempre con attenzione l’effettiva validità delle erbe che si assumono, prendendo come riferimento ricerche scientifiche che ne confermino l’impatto positivo e confrontandosi sempre con il proprio medico curante per assicurarsi che non abbiano controindicazioni.  Così facendo, evitiamo effetti non positivi, da non sottovalutare visto che comunque parliamo di rimedi naturali che sebbene non siano psicofarmaci rimangono sostanze medicinali.

Psicofarmaci e terapia

Sorge spontanea a questo punto la domanda: ma allora non bastano i rimedi naturali? Oppure ha senso assumere psicofarmaci? A volte sì, ha senso. Se la terapia non basta, il metodo terapeutico più efficace consiste nell’affiancarle la farmacoterapia. Ciò non significa che soffriamo di un problema grave, ma semplicemente che abbiamo bisogno di una mano per  mitigare i sintomi di base mentre si interviene sulla mente e sulle relazioni interpersonali che stanno alla radice del problema.

Quindi i trattamenti psicologici usano un metodo terapeutico in cui si uniscono farmaci somministrati, parole dette e discorsi fatti con pazienti. Operativamente, questo percorso è determinato dal terapeuta, che fa una scelta in base alle caratteristiche e alle necessità del malessere riconosciuto attraverso la diagnosi.

La potenza della parola nei riguardi delle cose dell’anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo.

Gorgia

È solo dopo un attento percorso di diagnosi insomma, che vengono effettivamente somministrati gli psicofarmaci. Ovviamente, è normale voler essere cauti quando questo ci viene proposto, anche perché l’abuso di farmaci è un problema comune, però se il medico lo suggerisce significa che in quel momento può essere di aiuto.

Certo, gli psicofarmaci (come anche i rimedi naturali) possono avere controindicazioni, però la vera dipendenza non è dal farmaco ma dalla malattia, che condiziona la nostra vita. Il disturbo che ci affligge è uno squilibrio neurochimico, una malattia come altre malattie. Per uscire da un tale momento di difficoltà è importante affidarsi a un professionista che ci accompagni in un percorso di guarigione.

“La felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta.”

Confucio

L’importanza della terapia

In conclusione, erbe e rimedi naturali sono sicuramente un’opzione da valutare nella terapia, senza dimenticare che anch’esse contengono principi chimici e quindi devono essere assunte con cautela.

Invece di comprare autonomamente questi rimedi in erboristeria o farmacia è necessario avere fiducia nel proprio terapista, valutando le alternative senza però stigmatizzare un utilizzo farmacologico che potrebbe essere la via più efficace verso la guarigione. Va quindi superata la paura che talvolta attanaglia la persona: “se devo prendere un farmaco allora significa che sono malato…” Il malessere è presente a prescindere. Non è il farmaco il problema ma il dolore che ci portiamo dentro. Il farmaco può essere quindi un “aiutante” nel percorso personale di guarigione, anche se da solo non basta: sta a noi iniziare un cammino verso lo stare meglio. 

Il vantaggio del farmaco, rimedio naturale o non, è che aiuta a ripristinare l’equilibrio neurochimico. La terapia va ad agire su questi stessi circuiti, lavorando dall’interno su schemi mentali, pensieri ed emozioni che stanno alla base dei malesseri. La terapia da sola però può avere tempi più lunghi e può essere quindi utile associarle una cura farmacologica. Ad esempio nella depressione l’umore migliora con i farmaci ma anche, parallelamente, grazie a esercizi di pensiero positivo e psicoterapia.

Quindi quando si prende un farmaco è importante che a questo si affianchi la terapia. Grazie a un percorso sviluppato con costanza, guidati dal medico, è infatti possibile migliorare e cambiare: bisogna solo fare il primo passo.

“Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.

Lao Tzu
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Cosa c’è dietro la perfezione dei perfetti?

Il disturbo d’ansia di solito è ben riconoscibile. Un attacco di panico è difficilmente dimenticabile mentre chi soffre di ansia generalizzata, ad esempio, vive una vita in un perenne stato di agitazione, caratterizzata da preoccupazioni e pensieri debilitanti costanti. 

Eppure esiste un tipo d’ansia che si maschera dietro comportamenti di persone  apparentemente di successo, performanti, produttive; i cosiddetti “bravi”, perfetti in ogni aspetto della loro vita. Questo tipo d’ansia viene comunemente chiamato ansia ad alto funzionamento e, sebbene sia difficile da identificare, è più frequente di quanto si pensi. 

Ma andiamo con ordine e capiamo come si manifesta, crea e risolve questo disagio psicologico.

Come si manifesta

L’ansia ad alto funzionamento è una forma di ansia che possono vivere quelle persone che sono alla costante ricerca della perfezione in tutto ciò che fanno. Sono l’immagine del successo: sempre presenti, preparati, puntuali e impeccabili. Può sembrare che questo tipo di ansia sia una buona cosa, che in qualche modo renda più facile fare le cose o avere successo. 

Ma non è tutto oro quello che luccica!  

Ciò che si nasconde sotto la superficie di un aspetto apparentemente perfetto, è un turbinio di ansie costanti. A differenza da altri disturbi d’ansia, chi soffre di ansia ad alto funzionamento calma queste preoccupazioni colmando le loro giornate di lavoro e impegni senza dedicarsi un momento di pausa. 

Le caratteristiche dell’ansia ad alto funzionamento possono essere percepite dagli altri come parte della personalità. Altre caratteristiche dell’ansia ad alto funzionamento, invece, sono interne e potrebbero non essere mai notate dagli altri, nonostante causino molto stress.

Caratteristiche principali
  • Bisogno di piacere e confrontarsi con gli altri
    • Paura di allontanare o deludere le persone, di essere un cattivo amico, coniuge e dipendente; paura di deludere gli altri, di non all’altezza delle aspettative; necessità di rassicurazione chiedendo indicazioni più volte o controllando frequentemente gli altri.
  • Costante sovraccarico di impegni
    • Incapacità di dire “No”, rilassarsi e “godersi il momento”
  • Pensiero eccessivo
    • Ruminazione e tendenza a soffermarsi sul negativo
  • Gestione del tempo non ottimale
    • Tempo perso arrivando troppo presto agli appuntamenti o procrastinazione seguita da lunghi periodi di lavoro intenso
  • Stanchezza mentale-fisica e insonnia
    • Difficoltà ad addormentarsi o svegliarsi presto e non essere in grado di riaddormentarsi
  • Vita sociale limitata
    • Rifiutare gli inviti
  • Difficile da leggere
    • Altri pensano che tu sia stoico, privo di emozioni, freddo

Come si crea 

L’origine di questo disturbo viene di solito associata al contesto sociale ed economico nel quale viviamo che spinge l’individuo alla performance, a dare il massimo e mostrare risultati tangibili e costanti. Si pensa che sia il sistema scolastico o l’ambiente lavorativo ad essere tossico e disfunzionale. Tuttavia, sebbene abbia grande rilevanza, è solo una parte del problema

Questa ricerca della perfezione, infatti, ha inizio soprattutto nell’educazione familiare guidata, ad esempio, dal classico concetto “se mi vuoi bene devi andare bene a scuola”. Considerando il ruolo determinante della famiglia nello sviluppo psicologico di ogni individuo, specialmente in tenera età,  questa apparente innocua frase motivazionale può dare il via di una connessione logica-mentale dannosa: se non si dà prestazioni, si va a deludere o a rovinare il rapporto con il genitore o la persona cara.  Si iniziano a creare quindi le basi di una gabbia da auto mantenere, un circolo vizioso che si autoalimenta con il tempo. 

Ansia ad alto funzionamento e Autostima

L’ansia ad alto funzionamento, difatti, ha profonde radici a livello di autostima. È un meccanismo che fa confondere il valore con la prestazione, la mentalità di crescita con il bisogno di mantenere l’immagine di sé. Ci si sente adeguati solo quando si ottengono risultati, come se fossero essi a definire il valore della persona e non l’essere in sé. Di conseguenza, questi risultati vengono immediatamente e automaticamente giudicati considerando un’ottica esterna, quella delle altre persone, ignorando il vero significato personale di essi. 

Una persona con ansia ad alto funzionamento raggiunge il successo non tramite una sana consapevolezza delle proprie potenzialità, motivazione e perseveranza, ma tramite l’energia nervosa, la paura di fallire e di deludere gli altri.


Come si gestisce

È evidente che questa ricerca alla perfezione richiede molte energie ed è normale che alla fine sfoci in alti livelli di stress.  Chi chiede aiuto psicologico per risolvere il disturbo di ansia ad alto funzionamento sono proprio i “bravi”; non perché riconoscono il problema alla base ma perché percepiscono la propria condizione troppo delicata, il cui prezzo da pagare in caso di errore è enorme. Sentono la pressione della propria immagine esageratamente pesante per poter proseguire i loro obiettivi e cercano una soluzione per alleviare quel peso, senza rendersi conto che sono proprio la loro attitudine e gli standard dei propri obiettivi l’origine della loro sofferenza.

Tuttavia, se ti ritrovi in questa descrizione o conosci qualcuno che sta vivendo qualcosa di simile, sappi che non è irrisolvibile, anzi, ci sono modi per gestire e superare questo circolo vizioso.

In ambito terapeutico, i disturbi d’ansia di questo genere sono solitamente trattati tramite la combinazione di terapia cognitivo-comportamentale e tecniche di training autogeno e mindfulness. L’obiettivo di tale trattamento è quello di sbloccare la persona dagli auto condizionamenti per permetterle di esprimere la propria essenza liberamente, placando i sintomi psicofisici dovuti allo stress.

Strategie per superare l’ansia ad alto funzionamento

Tra le strategie per superare l’ansia ad alto funzionamento, realizzare che la perfezione non esiste è tra le prime. Ognuno ha i propri limiti e tempi; solo accogliendo e comprendo la cosa si può effettivamente cambiare ed esprimere il meglio di sé. L’accettazione di sé è il primo passo per cambiare. Come dice Carl Rogers, 

“Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso per come sono, allora posso cambiare.” 

Ciò significa che bisogna anche imparare a saper godere dei propri risultati. La soddisfazione è infatti la condizione primaria per riacquistare l’energia necessaria per ripartire. Per puntare alla tappa successiva bisogna essere prima soddisfatto di quella raggiunta; devo sentirmi soddisfatto nella condizione in cui sono e convincermi che era il meglio che si potesse fare. Perché spesso quello che viviamo non dipende solo da noi stessi; ci molte variabili in gioco che non sempre si possono controllare.

La ricerca della perfezione è tossica anche a livello relazionale. Offuscata da essa, si costruisce un atteggiamento tale per il quale vincere e avere risultati migliori hanno la priorità rispetto le persone e le relazioni costruite con esse.  Ma spesso, vincere non ne vale la pena. Per questo è importante imparare a saper perdere, analizzare e comprendere quando è il caso di lasciare andare in modo che anche altre persone possano sentirsi bene con se stesse. 

In conclusione,  il segreto è puntare ad un’armonia, avere un equilibrio nelle valutare le cose, le persone e contesti nei quali viviamo. La mentalità vincente è quella che sfrutta anche l’insuccesso come occasione. Quella che coglie il positivo ed estrae energia e motivazione dai propri successi o insuccessi. Una delle frasi più note di Denis E. Waitley, famoso oratore e consulente motivazionale, dice:

“I perdenti vedono dei temporali, i vincenti vedono degli arcobaleni. I perdenti vedono strade ghiacciate, i vincenti mettono i pattini da ghiaccio!”

Denis E. Waitley

Quindi cambiamo prospettiva, prendiamo la vita con meraviglia, divertimento e riflessione. Mettiamoci ai piedi i pattini e pattiniamo leggeri sulle strade della vita!

@hhansonlu

Curare l’ansia con la respirazione

Il respiro è vita. Un atto così semplice, intuitivo e naturale al quale però molto spesso non diamo importanza. Eppure, una corretta respirazione stimola e controlla tutto il corpo e le sue funzioni vitali, condizionando i nostri stati emotivi e fisici. Questa respirazione prende il nome di respirazione addominale e sta alla base di una vita sana ed equilibrata. Ma cerchiamo di capire meglio che cosa è, cosa ha di speciale e quali sono i suoi vantaggi.

La respirazione addominale

La respirazione addominale conosciuta anche come respirazione ventrale o diaframmatica, è un tipo di respirazione che avviene con il movimento del diaframma, un muscolo inspiratorio a forma di cupola che si trova al centro del tronco sotto i polmoni,  separando la cavità toracica con quella addominale. Durante l’inspirazione, il diaframma si contrae verso il basso appiattendosi e creando un effetto “sottovuoto” che espande i polmoni spingendo l’aria nei polmoni; quando invece torna a riposo (espirazione), i polmoni vengono retratti e l’anidride carbonica fuoriesce.

Benefici respirazione addominale

  • Riduce i livelli di stress e cortisolo
    • Combatte la tachicardia
    • Regolazione stato emotivo e recupero dello stress
  • Aumenta la consapevolezza del proprio corpo
    • Passaggio da un’azione involontaria a una consapevole tramite il controllo di ritmo, ampiezza e durata.
  • Scarico di tensione muscolare
    • Diminuzione di contratture muscolari
  • Diminuisce la pressione arteriosa
  • Migliora i processi vitali dei nostri organi
    • Funzioni digestive e addominali
    • Sonno
  • Migliora la resistenza all’esercizio fisico intenso

La respirazione addominale è, a livello teorico, lo stato fisiologico e spontaneo della respirazione; se guardiamo i fatti però, notiamo che la maggior parte delle persone sviluppa prevalentemente una respirazione di tipo toracico, non fisiologica e meno profonda di quella addominale. Questa avviene tramite la contrazione dei muscoli intercostali interni che ampliano e restringono la cassa toracica.  Ciò che ci ostacola e influenza negativamente maggiormente la corretta respirazione sono le nostre abitudini di vita e i costanti stati di ansia e stress: essi ci conducono a “trattenere il fiato” inconsapevolmente e bloccare il diaframma nella posizione inferiore del torace, non permettendo all’aria di fluire come dovrebbe. Una persona che si trova in una situazione di stress molto intenso o di ansia, quindi, tende ad avere il diaframma rigido e una respirazione superficiale di petto.

Altre conseguenze di una respirazione scorretta

  • Dolori e tensioni muscolari – accumulo dolori nel collo, spalle e parte superiore della schiena.
  • Postura scorretta
  • Problemi di stomaco e intestino
  • Incapacità di rilassarsi
  • Aumento tachicardia

E tu, che tipo di respirazione utilizzi?

Se ti è venuta la curiosità di capire se la tua respirazione è corretta o meno, appoggia una mano sul tuo stomaco e una sul torace. Mentre respiri, porta attenzione sul movimento al di sotto delle mani: se senti la pancia espandersi quando stai inspirando e il torace rimane fermo, buone notizie, significa che stai respirando correttamente con il diaframma. Se invece è il contrario, la respirazione è di tipo toracico e va corretta.

Ma non disperarti! Come qualsiasi altro muscolo, il diaframma si può allenare per raggiungere il massimo delle potenzialità attraverso piccoli esercizi quotidiani.

Esercizio 1 – allena la respirazione diaframmatica

  1. Prima di tutto trova un luogo tranquillo e libero sgombro dove poter eseguire l’esercizio a terra. Per maggiore comodità puoi utilizzare un materassino da yoga.
  2. Stenditi a terra in posizione supina con le gambe piegate
  3. Posiziona i piedi a circa 20 centimetri l’uno dall’altro, con le piante saldamente appoggiate a terra
  4. Fai un respiro profondo e rilassati
  5. Come per il test precedente, posiziona una mano sull’addome e una sul torace
  6. Inizia a respirare con il naso, cercando di far alzare soltanto la mano appoggiata sull’addome ad ogni inspirazione
  7. Espira dalla bocca, continuando a focalizzarti sui movimenti del tuo corpo
  8. Ripeti altre dieci volte

Esercizio 2 – rafforza il diaframma

  1. Anche qui, trova un posto tranquillo dove poter allenarti
  2. Stenditi a terra in posizione supina con le gambe piegate e posiziona i piedi a circa 20 centimetri l’uno dall’altro, con le piante saldamente appoggiate a terra
  3. Poggia entrambe le mani intorno alla base della gabbia toracica, con i pollici che poggiano sui lati del torace, rivolti verso il pavimento (dovrebbero toccare l’ultima costola sul fianco del torace) e le altre dita distese lungo il torace. Se hai una gabbia toracica di dimensioni ridotte le dita di entrambe le mani potrebbero anche toccarsi
  4. Premi i pollici contro le costole per ottenere una leggera resistenza al loro movimento
  5. Concentrati nel espandere le costole più che puoi, di modo che premano contro i pollici
  6. Tieni inizialmente gli occhi aperti in modo da poter visualizzare il movimento del diaframma mentre si espande
  7. Ad ogni inspirazione allontana leggermente le mani l’una dall’altra e riavvicinale quando espiri
  8. Continua a respirare in questo modo, opponendo resistenza all’espansione della gabbia toracica, per dieci respirazioni
  9. Una volta completato il ciclo, distendi le braccia a terra lungo i fianchi e respira per altre dieci volte
  10. Ripeti l’esercizio per altri due cicli
  11. Cerca di generare un movimento armonioso e uniforme, non meccanico

Sono centinaia di tecniche mirate a sviluppare una corretta respirazione ma quello che conta di più e fa la differenza è riuscire a raggiungere una buona libertà della muscolatura respiratoria e rendere la respirazione il più fisiologica possibile. Eseguendo questi due esercizi semplici e veloci anche per soli 10 minuti al giorno o prima di un evento importante/stressante, stimolerai la respirazione addominale e rafforzerai il diaframma allenando sempre di più il tuo corpo ad affrontare l’ansia e diminuirne i sintomi!

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Disfunzionalità del pensiero negativo

La maggior parte dei disturbi psicologici, come depressione, ansia o mancanza di autostima, hanno alla base un intricato sistema di pensieri negativi e non funzionali che nutrono e mantengono vivo il disagio. Individuare e cambiare questi pensieri, adottando un approccio differente è il primissimo passo per uscire dallo stato di sofferenza. Già nel precedente articolo abbiamo parlato dell’importanza di alimentare una prospettiva di pensiero positiva. Ma cosa significa esattamente pensare positivo e quali sono le sue proprietà? 

Cosa significa pensare positivo

In breve, pensare positivo significa pensare in modo più equilibrato e flessibile, focalizzandosi non in un solo punto di vista, ma molteplici.

Ti faccio un esempio: immagina di aver organizzato una cena con amici e di aver deciso di preparare per dessert la famosa torta di mele della nonna. La ricetta che non ti ha deluso neanche una volta; un successo assicurato. Vai in cucina e inizi a preparare tutto il necessario, mentre già visualizzi  la faccia estasiata dei commensali mentre assaporano con gusto il risultato del tuo lavoro. Ma quando hai ormai tutto pronto, ecco il dramma: mancano le mele.  Possiamo solo immaginare tutto quello che può essere passato nella mente in quel momento.

Ecco, serata rovinata! Adesso come faccio? Che dico?
Ma tra tutti gli ingredienti, proprio le mele dovevo dimenticarmi? Ma dove ho la testa?
Sicuramente è colpa di quella signora che ha iniziato a parlarmi nel reparto ortofrutta questa mattina e mi ha distratto! Mannaggia… Perchè succede sempre a me? Che ho fatto di male?

… e si può andare avanti all’infinito con questo vortice di pensieri negativi. Oppure? Si può cercare una soluzione. 

Posso infatti andare in cerca delle mele dal vicino di casa, uscire per comprarle, sostituire la ricetta o, eventualmente, decidere di non servire il dolce (non troppo consigliato). Ciò che è rilevante dall’esempio è che abbattersi e lamentarsi per un imprevisto non aiuta a migliorare la situazione che si sta vivendo ma, viceversa, la peggiora, trascinando la persona sempre di più in uno stato di frustrazione e sofferenza. Cercare una soluzione, compromesso o alternativa ci permette di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzati e addirittura trasformati positivamente.

E sfatiamo un mito: pensare positivo non significa negare la realtà!

La mentalità che c’è dietro il pensare positivo sostiene che quello che posso fare è sempre meglio di quello che non posso fare e, soprattutto, quello che posso fare è vivere in maniera diversa il presente. Pensare negativo non cambia la realtà come pensare positivo non la nega. Di fronte a un limite, una mentalità positiva ristruttura il proprio pensiero per trovare un’opportunità

Cosa ci blocca dal pensare positivo?

Sono diverse le ragioni che ci ostacolano dal pensare positivo e la maggior parte delle volte hanno origine nella storia di ogni individuo. Ciononostante, esistono alcuni meccanismi e abitudini comuni che sono particolarmente diffusi nella società moderna e risultano influenzare negativamente il nostro modo di pensare. 

Prepararsi al peggio per evitare la delusione
A quanti di noi è capitato di pensare in anticipo di essere bocciato ad un esame o ad una prova così da essere “preparato” in caso di fallimento?  Questo tipo di pensiero disfunzionale è comunissimo e viene spesso usato come pretesto per evitare la delusione del fallimento, come ad esempio nel caso pensassi di essere promosso e poi non succede. Il punto è che “preparandoci” negativamente a qualcosa, ci focalizziamo su uno scenario negativo ipotizzato e inesistente nel momento presente. Questo evita il paradosso della delusione ma al tempo stesso ci fa stare per più tempo in una emozione negativa.

Vedere il bicchiere mezzo vuoto invece che mezzo pieno
Vedere il bicchiere mezzo vuoto è il classico comportamento del pessimista. Tante volte tendiamo ad una attenzione selettiva solo sulle cose che non funzionano o non vanno bene. Ma, come nel prepararsi al peggio per evitare le delusioni, questo tipo di mentalità ci allena a focalizzarci solo sugli aspetti negativi della realtà, predisponendoci al peggio e adottando un comportamento di indifferenza e diffidenza agli aspetti positivi.

L’abitudine a lamentarci
Quando fa caldo vogliamo il freddo ma quando l’inverno arriva ecco che bramiamo l’estate. Ormai sembra quasi sia uno sport collettivo quello di trovare sempre il motivo della lamentela. Qualsiasi sia la nostra condizione, c’è sempre qualcosa di più che si potrebbe ottenere, una migliore sistemazione. Questo comportamento però è un dispendio inutile di energie: ci teniamo impegnati a tenere a bada emozioni che costruiamo noi da soli e che ci fanno solo star male.

Allenamento al pensiero positivo

Ok ma, fosse facile fare diversamente…

Sì, non è semplice diventare resilienti alla vita da un giorno all’altro cambiando modo di pensare, ma, come per tutte le cose, si può imparare. Tramite un costante allenamento, anche a piccole dosi, è infatti possibile migliorare e cambiare. 

Il segreto sta prima di tutto nel cominciare a valutare le cose diversamente, realizzare che i pensieri negativi disfunzionali non sono pensieri realistici e che, molto spesso, sono frutto della nostra percezione della realtà. In un momento di difficoltà si fa fatica a valutare le cose che non vanno in quanto si è ostacolati  dal proprio  stato d’animo. E’ importante quindi realizzare che le nostre reazioni di fronte ad un evento non dipendono direttamente dall’evento in sé, ma dalla nostra valutazione di esso. Questo ci permetterà di analizzare lucidamente ciò che viviamo e di conseguenza fare scelte adeguate e non autodistruttive. 

Esercizio pratico 

Per concludere voglio consigliarti qui di seguito un esercizio da fare ogni giorno che aiuterà a costruire passo per passo una mentalità positiva e funzionale. Ciò che devi fare è:

1)           Intercettare i pensieri disfunzionali: è il punto più critico, ossia rendersi effettivamente conto di pensare a concetti e frasi che ti stanno in qualche maniera ostacolando. 

2)           Visualizzazione: una volta intercettati, cerca di concretizzarli, a renderli reali e visibili. Puoi per esempio dire a voce quello che pensi, scrivere su un foglio i tuoi pensieri oppure associare qualcosa ad essi così da avere qualcosa di tangibile sul quale lavorare. 

3)           Ristrutturazione: a questo punto devi provare a riscriverli in maniera più costruttiva e positiva.

4)           Soluzione: non appena avrai dato un altro significato al pensiero, sarà più semplice trovare la soluzione alternativa.

All’inizio potrai trovare lento e macchinoso  seguire questo schema mentale, ma più ti sforzerai e ci lavorerai con costanza, più naturale diventerà, fino a quando non te ne renderai più conto e avrai sviluppato un modo di pensare funzionale. Ciò che devi sempre mantenere a mente è che le cose a volte vanno come devono andare e non come vogliamo! Noi però possiamo coglierne le opportunità e dare lo sprint anche nel momento di difficoltà. Riprendendo l’esempio della torta di mele, in questo caso invece di focalizzarci solo su ciò che manca, le mele, o colpevolizzarci per non essere stati abbastanza precisi etc… possiamo provare a cambiare ricetta, cercandone una in cui non servono le mele. Insomma ristrutturare l’azione perché abbiamo ristrutturato la lettura del fatto. D’altronde:

Se i fatti e la teoria non concordano, cambia i fatti.

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2020 e Coronavirus: un anno di ansia

Se dovessimo riassumere in una parola il 2020 che sta finendo, probabilmente questa sarebbe ansia. La situazione di pandemia globale causata dalla diffusione del Coronavirus SARS-COV-2 è stata la protagonista principale di un anno che è stato senza dubbio tra i più difficili di sempre e che fino all’ultimo sembra non darci tregua. Siamo stati tutti messi a dura prova, soprattutto mentalmente: il generale stato di allerta e paura generati da questa emergenza sanitaria hanno creato terreno fertile per lo sviluppo di una condizione di ansia e disagio constante. Non è un caso se, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il 60% delle persone soffre di stanchezza associata alla pandemia e alla situazione anomala. Questa condizione insomma, oltre a essere estremamente stressante, ci ha richiesto e continua a richiedere un enorme quantitativo di energie e forze che, con il tempo, iniziano a scarseggiare. 

Ma come sopravvivere a questa costante e deteriorante pressione psicologica?

Cercare di curare i sintomi dell’ansia è un’opzione che ha sì i suoi benefici, ma non efficaci a lungo termine. La soluzione ottimale è riuscire a prevenire lo stato di ansia stesso, accettando le circostanze che stiamo vivendo e lavorando sulla propria percezione e visione di esse, trasformando l’ansia in energia positiva.
Lo stato di emergenza nato dalla propagazione del coronavirus è in sé una condizione che crea improvvisa instabilità e disagio e inibire questo naturale shock psicologico sarebbe impossibile; di fronte a questa destabilizzazione rispondiamo in modo istintivo sotto forma di ansia, come un campanello d’allarme. Ciò che scordiamo spesso è che il nostro organismo è un magnifico sistema completamente autosufficiente, in grado di riequilibrarsi in caso di turbamenti grazie alle proprie capacità di autoregolazione organismica e adattamento creativo. Ciò significa che, in condizione di stress, tende spontaneamente a trovare una stabilità sfruttando i mezzi che ha a disposizione in modo creativo e libero. Attingere alle proprie capacità adattative e lavorare sui pensieri funzionali, quindi, è la migliore soluzione per non farsi investire dall’ansia. Ti è mai capitato, all’avvicinarsi di una scadenza o deadline importante e dopo mille procrastinazioni, di essere tutto d’un tratto molto più produttivo ed efficace nel terminare il lavoro rispetto ai giorni precedenti? Se la risposta è positiva è perché la pressione dell’impegno da portare a termine, l’accorciarsi del tempo a disposizione e la conseguente adrenalina generata dal corpo ti ha permesso di sbloccare i pensieri negativi che ti tenevano paralizzato e usufruire delle tue capacità adattative e elasticità mentale per completare il lavoro. Individuare i pensieri ansiosi e offrire un’alternativa più positiva e tranquilla prima che si risvegli la risposta ansiosa, ci aiuta a recuperare il controllo sulla situazione.

Cosa significa nel pratico?

Nel pratico tutto ciò di traduce nello sviluppo di strategie per mantenere il nostro pensiero funzionale e positivo nei confronti dello ostacolo. Esistono diversi esercizi che aiutano in questo, qui ti lascio quelli che secondo me sono i più efficaci:

–    Pensiero positivo: Il nostro modo di pensare influisce sui nostri comportamenti. Vedere il lato positivo delle cose in una situazione drammatica come questa è difficoltoso e apparentemente impossibile, lo so, ma è cruciale per riuscire ad aprirsi al cambiamento e abbattere l’ansia. Pensare positivo ci permette di vivere meglio e di godere di un adeguato equilibrio interiore.  

–     Innovazione e originalità: utilizzare una mentalità più aperta e positiva apre le porte all’originalità e a nuovi punti di vista. Utilizzare le restrizioni come punto di partenza per creare qualcosa di nuovo come nuove abitudini e tradizioni ci aiuta ad affrontare le difficoltà con un atteggiamento di sfida e gioco. Per questo motivo si può utilizzare questa situazione per liberare la propria creatività e ridisegnare i propri schemi quotidiani in modo innovativo. 

–     Dedicare momenti per se stessi: Trovarsi a passare molto tempo dentro casa può rappresentare una rara opportunità per focalizzare l’attenzione su cose per le quali spesso non si trova tempo, il che talora include anche se stessi. Possiamo quindi sfruttare questo tempo per lavorare su se stessi e suoi propri obiettivi futuri, sentendosi liberi dalle pressioni che ostacolano la riflessione serena. Un momento da dedicare a noi stessi per noi stessi, recuperando una nostra maggiore autenticità e ritrovando i valori più semplici ma anche più importanti.

–      Allenare la presenza nel qui e ora: a livello fisico, cruciale è dedicare un certo tempo ad attività che possano promuovere calma, tranquillità, rilassamento, come la pratica di esercizi di respirazione e meditazione. Questi possono essere svolti grazie all’aiuto di diverse app, siti web, o libri, ma anche semplicemente cercare di avere un atteggiamento meditativo durante la giornata, essere presenti a se stessi, porre attenzione a ciò che si fa. Se non sei fan della meditazione, effetti benefici si possono avere anche leggendo  un bel libro, praticando yoga o ascoltando della buona musica.

 –    Mantenere contatto emotivo: La lontananza dettata dalle misure di sicurezza ha impattato negativamente il contatto emotivo che la normale interazione dal vivo ci permette di avere. In un periodo come questo, è importante stare vicini, e ricevere e condividere tutto l’affetto e l’amicizia possibile. Il sostegno sociale è uno dei principali fattori protettivi per la salute, non solo mentale, ma anche fisica: per questo motivo continuare a coltivare relazioni sociali è fondamentale. È quindi utile alimentare tutte le proprie relazioni sociali importanti, utilizzando come mezzo la tecnologia e  facendosi parte attiva, non limitandosi ad attendere di essere contattati.

In conclusione a questo articolo, vorrei lasciarti questa leggenda Cherokee dei due lupi molto famosa, per ricordarti l’importanza del pensiero positivo e del rafforzamento dei pensieri funzionali. 

Si narra di un vecchio Cherokee seduto davanti al tramonto con suo nipote:
“Nonno, perché gli uomini combattono?”.
Il vecchio parlò con voce calma. “Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi”.
“Quali lupi nonno?”.
“Quelli che ogni uomo porta dentro di sé. Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo. L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede”.
Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero:
“E quale lupo vince?”.
Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti:
“Quello che nutri di più”.

Nutrire il lupo “buono” e quindi alimentare pensieri e sentimenti positivi a scapito di altri è il primo grande passo per vivere meglio e godere di un adeguato equilibrio interiore. Questo richiede un profondo lavoro e volontà  personale, lo so, ma ci tengo ricordarti un’ultima cosa: sebbene non abbiamo il potere di decidere tutto quello che accade, possiamo contribuire all’evoluzione della nostra vita, anche in una situazione difficile come quella che stiamo vivendo ora. Anche in vista dell’anno nuovo, quindi, ti auguro di ritrovare in te la forza, il coraggio e fede di guardare la realtà da un altro punto di vista e mettere da parte i pensieri negativi che ti limitano dall’essere felice. Citando il poeta inglese Alfred Tennyson:

La speranza sorride dalla soglia dell’anno a venire, sussurrando “sarà più felice”.

Alfred Tennyson

Sta solo a noi ascoltarla e crederci!