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Guarire attraverso la consapevolezza delle ferite affettive

Nel labirinto complesso delle relazioni umane, l’amore occupa un ruolo centrale, ma spesso sottovalutato sono gli effetti che il nostro passato affettivo ha sulle relazioni attuali. Come un’ombra che ci segue silenziosa, i modelli di attaccamento formatisi durante l’infanzia possono plasmare profondamente il modo in cui ci relazioniamo agli altri e a noi stessi.

La mia pratica clinica come psicologa e psicoterapeuta mi ha portato a riflettere su questo intricato legame tra passato e presente, tra ferite antiche e dinamiche relazionali attuali. Spesso, mi sono trovata di fronte a individui che, incapaci di riconoscere le radici dei loro comportamenti emotivi, continuano a ripetere schemi disfunzionali nelle loro relazioni, senza rendersi conto di essere prigionieri delle proprie ferite affettive.

Radici profonde dell’amore

Le prime esperienze affettive che abbiamo con le figure di attaccamento primario, spesso i genitori, giocano un ruolo cruciale nello sviluppo delle nostre capacità relazionali e della nostra autostima. Durante i primi anni di vita, siamo vulnerabili e dipendenti dai nostri caregiver per soddisfare i nostri bisogni fondamentali, come il cibo, l’affetto e la sicurezza. Tuttavia, quando queste prime interazioni mancano di coerenza, comprensione e supporto, possono lasciare ferite emotive profonde che influenzano il modo in cui ci relazioniamo agli altri e a noi stessi.

Il ciclo dei modelli di attaccamento rappresenta un concetto fondamentale nell’ambito della psicologia delle relazioni. Quando parliamo di modelli di attaccamento, ci riferiamo a schemi di comportamento e pensiero che si sono formati durante l’infanzia in risposta alle interazioni con le figure di attaccamento primario, come i genitori o i caregiver. Questi modelli tendono a persistere nel tempo e a influenzare le nostre relazioni adulte in modo significativo. La persistenza di tali modelli riflette la profonda radicazione delle esperienze infantili nel nostro subconscio, influenzando le dinamiche delle relazioni adulte.

La relazione terapeutica può fungere da “base sicura” all’interno della quale esplorare, capire e guarire le ferite emotive legate agli schemi di attaccamento. Quando il paziente si sente accettato, compreso e supportato dal terapeuta, si crea un ambiente sicuro in cui esplorare il proprio mondo interiore e affrontare le sfide relazionali. Questo legame terapeutico può diventare un modello di relazione sicuro e sano, che contrasta i modelli disfunzionali di attaccamento sviluppati nel passato. Attraverso il processo terapeutico, il paziente impara a riconoscere e a comprendere i propri modelli di attaccamento, ad affrontare le ferite emotive associate e a sviluppare nuovi modelli relazionali più sani e gratificanti.

La consapevolezza dei nostri modelli di attaccamento e il lavoro terapeutico sono essenziali per interrompere il ciclo dei modelli disfunzionali e creare relazioni più autentiche e soddisfacenti. Il terapeuta fornisce una guida preziosa in questo processo, offrendo sostegno, comprensione e orientamento mentre il paziente esplora e trasforma le sue ferite emotive. Insieme, terapeuta e paziente possono creare uno spazio sicuro e collaborativo in cui affrontare il passato, vivere appieno il presente e guardare fiduciosi verso il futuro.

Riconoscimento delle ferite affettive

Il riconoscimento delle ferite affettive rappresenta un processo cruciale nel percorso di crescita emotiva e di guarigione interiore. Guardare dentro di noi e accettare il dolore del passato richiede una dose significativa di coraggio e auto-compassione. Spesso, ciò implica un’analisi profonda e onesta delle nostre esperienze passate, esaminando le interazioni con le figure di attaccamento primario e le dinamiche familiari che hanno plasmato il nostro modo di relazionarci con il mondo.

Accettare che siamo stati “mal amati” in certi contesti non significa indulgere in autocommiserazione o incolpare gli altri per le nostre difficoltà attuali. Al contrario, rappresenta un atto di comprensione e consapevolezza delle nostre esperienze passate, riconoscendo che siamo stati influenzati da fattori al di là del nostro controllo. Questo ci permette di superare il senso di colpa o di vergogna che potremmo provare riguardo alle nostre esperienze affettive e di iniziare il processo di guarigione.

È importante sottolineare che accettare le nostre ferite emotive non implica giustificare eventuali abusi o comportamenti dannosi subiti durante l’infanzia. Al contrario, significa riconoscere il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto e trovare il coraggio di affrontarli e superarli. Questo atto di auto-riconoscimento ci permette di liberarci dal peso del passato e di aprire la strada a una maggiore consapevolezza e crescita personale.

Attraverso il riconoscimento delle nostre ferite affettive, possiamo anche iniziare a comprendere meglio i nostri schemi di comportamento e le nostre reazioni emotive nelle relazioni attuali. Questo ci dà l’opportunità di esplorare le radici profonde dei nostri modelli di attaccamento e di lavorare su di essi in modo costruttivo. In questo modo, possiamo trasformare il dolore del passato in una fonte di forza e resilienza, aprendo la strada a relazioni più sane e soddisfacenti basate sull’amore, la fiducia e la consapevolezza reciproca.

Risorgere dalle ferite, trasformare il dolore in forza

Il lavoro terapeutico rappresenta un’opportunità preziosa per affrontare e trasformare le nostre ferite emotive in risorse per la crescita personale e la consapevolezza. In un contesto terapeutico, siamo accolti in uno spazio sicuro e non giudicante, dove possiamo esplorare profondamente il nostro dolore e le nostre vulnerabilità. Attraverso il supporto di un professionista qualificato, possiamo affrontare il dolore del passato con coraggio e determinazione, senza sentirsi soli o sopraffatti dalle nostre emozioni.

Durante il processo terapeutico, impariamo a comprendere il significato e l’impatto delle nostre esperienze passate sul nostro presente. Attraverso un’esplorazione approfondita delle dinamiche familiari, delle relazioni interpersonali e dei modelli di comportamento, acquisiamo una maggiore consapevolezza delle nostre ferite emotive e dei meccanismi difensivi che abbiamo sviluppato per proteggerci dal dolore. Questa consapevolezza ci permette di liberarci dalle catene del passato e di intraprendere un viaggio di autodiscovery e trasformazione.

Uno degli aspetti più potenti del lavoro terapeutico è la possibilità di trasformare il dolore in una fonte di forza e saggezza. Attraverso un processo di esplorazione e elaborazione emotiva, impariamo a dare un senso al nostro dolore e a integrare le nostre esperienze passate nel nostro presente in modo costruttivo. Questo ci permette di trasformare il nostro dolore in una risorsa per la crescita personale e la consapevolezza, anziché permettere che esso ci definisca o ci limiti. La guarigione non consiste nel dimenticare il dolore passato, ma nel trasformarlo in una cicatrice che testimonia la nostra resilienza e la nostra capacità di guarigione. Prendersi cura di queste cicatrici ci permette di onorare il nostro percorso e di abbracciare una vita piena di significato e speranza.

Inoltre, il lavoro terapeutico ci offre la possibilità di imparare nuovi modi di relazionarci con noi stessi e gli altri. Attraverso l’esplorazione delle nostre emozioni, dei nostri bisogni e dei nostri desideri, acquisiamo una maggiore comprensione di noi stessi e delle nostre relazioni. Questo ci permette di sviluppare relazioni più autentiche, soddisfacenti e significative, basate sull’amore, la fiducia e la connessione reciproca.

Una rinascita personale

Nonostante le ferite del passato possano sembrare profonde e insormontabili, è importante comprendere che abbiamo il potere di trasformare la nostra esperienza e di riscrivere la nostra narrazione personale. Ogni giorno ci offre un’opportunità preziosa per abbracciare una nuova versione di noi stessi, una versione che è stata temprata dal dolore ma che sceglie la resilienza anziché la vittimizzazione.

Scegliere l’amore anziché la paura è una decisione potente che ci permette di rompere il ciclo dei modelli di attaccamento disfunzionali e delle relazioni dannose. Quando scegliamo di coltivare l’amore per noi stessi e per gli altri, ci apriamo alla possibilità di guarire le nostre ferite emotive e di connetterci più profondamente con il mondo che ci circonda. Questo processo richiede una profonda consapevolezza di sé e un impegno costante verso la crescita personale, ma i frutti di questa scelta possono essere trasformatori e liberatori.

Inoltre, abbracciare la consapevolezza anziché l’ignoranza ci permette di esplorare le profondità della nostra psiche e di comprendere le radici dei nostri comportamenti e delle nostre emozioni. Quando diventiamo consapevoli delle nostre ferite affettive e dei modelli di attaccamento che ci hanno plasmato, possiamo intraprendere un viaggio di guarigione e trasformazione che ci porta verso una maggiore integrità e autenticità.

Fare i conti con il passato non significa necessariamente ripercorrere ogni singolo evento o fare il “processo” ai genitori o ai caregiver. Questo potrebbe attivare il senso di colpa o la paura di rovinare le attuali relazioni o ferire gli altri. Invece, è fondamentale fare i conti con l’immagine introiettata delle relazioni, con ciò che il bambino che eravamo ha provato e sofferto al di là delle buone intenzioni dei genitori. Questo processo di consapevolezza e integrazione ci permette di accettare il passato senza esserne prigionieri e di costruire relazioni più autentiche e soddisfacenti nel presente.

Verso una vita di pienezza e appagamento

In conclusione, il cammino verso la guarigione emotiva e il benessere psicologico richiede impegno, coraggio e sostegno. Attraverso la consapevolezza delle nostre ferite affettive e il lavoro terapeutico, possiamo intraprendere un viaggio di scoperta e trasformazione che ci permette di liberarci dai vincoli del passato e di abbracciare una vita più piena e soddisfacente.

Accettando il nostro passato e lavorando su di esso, non solo possiamo superare le nostre esperienze dolorose, ma possiamo anche utilizzarle come trampolino di lancio per una nuova e più autentica espressione di noi stessi. In questo modo, possiamo creare relazioni più sane e appaganti, basate sull’amore, sulla consapevolezza e sulla reciproca comprensione.

Bibliografia

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Abitudini positive: la chiave per una vita equilibrata

Le abitudini, quei comportamenti che diventano parte integrante della nostra routine quotidiana, sono una componente fondamentale della nostra vita. Il processo attraverso il quale il nostro cervello traduce una sequenza di azioni in una routine automatica è noto come “chunking”. Questo meccanismo di acquisizione di unità d’informazione è alla base della formazione delle abitudini.

Il processo di formazione delle abitudini

Ogni giorno, ci troviamo a dipendere da una vasta gamma di unità d’informazione comportamentali, che variano dalla semplicità di gesti automatici come allacciarsi le scarpe a complessi rituali quotidiani come la preparazione della colazione per i nostri cari. Queste azioni, seppur differiscono in complessità, condividono una caratteristica fondamentale: la capacità del nostro cervello di trasformarle in routine automatiche. Questo meccanismo di acquisizione di unità d’informazione diventa il fondamento stesso della formazione delle abitudini.

Il processo circolare che accompagna la formazione di un’abitudine è suddiviso in tre fasi distintive: il segnale, la routine e la gratificazione. Iniziamo con il riconoscimento di un segnale, un trigger che avverte il nostro cervello di entrare in modalità automatica e inizia il processo abitudinario. La routine rappresenta l’esecuzione dell’azione stessa, che può manifestarsi a livello fisico, emotivo o mentale. Infine, la gratificazione svolge un ruolo chiave nell’assegnare valore all’intero processo. È attraverso la gratificazione che il nostro cervello decide se vale la pena memorizzare e perpetuare l’abitudine. Una volta attivata l’abitudine, il nostro cervello ottimizza il consumo di energia, permettendoci di concentrarci su altre attività senza dover investire nuovamente risorse cognitive.

Abitudine e risparmio energetico

Il cervello, in tutta la sua complessità, è incessantemente impegnato nella ricerca di nuovi modi ed efficienti strategie per risparmiare energia. Le abitudini emergono come uno strumento evolutivo attraverso il quale il cervello cerca di massimizzare i risultati ottenuti con il minimo sforzo possibile. Questo meccanismo intrinseco, sebbene vantaggioso per la nostra sopravvivenza quotidiana, può rivelarsi pericoloso se non gestito con attenzione.

In particolare, la formazione di abitudini e il conseguente risparmio energetico possono portare a una sorta di “sonnolenza” mentale, rendendoci meno consapevoli delle situazioni cruciali che richiedono la nostra attenzione. Il cervello, tuttavia, ha evoluto un sistema di autoregolazione intelligente per mitigare questo rischio. Esso si attiva agli estremi della sequenza abitudinaria, al momento del segnale e della gratificazione, per assicurarsi che la consapevolezza rimanga al centro delle nostre azioni. È un delicato equilibrio tra risparmio energetico e necessità di vigilanza, con il nostro cervello che decide quando è opportuno lasciare che le abitudini guidino le nostre azioni e quando è il momento di recuperare la piena consapevolezza.

Buone norme per la formazione delle abitudini

Nel contesto psicoterapeutico, l’approccio di William James alle buone norme per la formazione delle abitudini rivela una profonda comprensione delle dinamiche mentali e comportamentali. Iniziare con un buon inizio è più che un semplice avvio; rappresenta il fondamento di un cambiamento duraturo. La forte motivazione e la determinazione mentale sottolineano la necessità di connetterci emotivamente all’obiettivo. Nella psicoterapia, questo significa esplorare le radici emotive dietro il desiderio di cambiamento e lavorare insieme al paziente per coltivare una motivazione intrinseca. La consapevolezza della fatica che può insorgere è essenziale, poiché permette di affrontare e superare gli ostacoli con resilienza. La vera potenza trasformativa risiede nella ripetizione di questo cambiamento fino a quando non diventa un’abitudine, uno schema comportamentale automatico e integrato. Il paziente è incoraggiato a comprendere che l’instaurazione di una nuova abitudine richiede tempo e costanza. È solo attraverso la ripetizione e la pratica che si raggiunge la trasformazione desiderata.

L’obiettivo della terapia è quindi quello di assistere il paziente nel comprendere questo processo e nel pianificare l’implementazione di abitudini positive. Ciò implica stabilire regole e impegnarsi a seguirle, anche se inizialmente richiedono sforzo e autocontrollo. Con il tempo e la ripetizione, queste azioni diventano più naturali e spontanee, proprio perché si trasformano in abitudini automatiche. Tuttavia, affinché questo processo sia efficace, è essenziale che ci sia una motivazione intrinseca che guidi il paziente nel suo percorso di cambiamento.

Mantenere una pratica regolare è un pilastro nel processo di formazione di abitudini positive. Nell’ambito psicoterapeutico, ciò potrebbe tradursi nell’implementazione di tecniche o strategie specifiche. Ad esempio, un paziente impegnato nella gestione dello stress potrebbe essere incoraggiato a praticare la respirazione profonda o la mindfulness regolarmente. L’evitare interruzioni è cruciale: nella terapia, ciò potrebbe implicare un’esplorazione approfondita delle resistenze e la messa in atto di strategie per superarle. La scelta di un ambiente favorevole può essere interpretata come la creazione di un contesto terapeutico sicuro e di supporto, dove il paziente si sente incoraggiato a esplorare e adottare nuovi comportamenti senza giudizio.

Non fermarsi fino al raggiungimento dell’obiettivo sottolinea l’importanza di mantenere la costanza e la persistenza nel processo terapeutico. Questo suggerisce una collaborazione a lungo termine tra terapeuta e paziente, affrontando progressivamente le sfide e celebrando i successi, anche quelli apparentemente piccoli. L’obiettivo finale potrebbe essere ridefinito nel corso del tempo, in base all’evoluzione delle esigenze del paziente, creando un approccio flessibile e personalizzato.

Spezzare l’abitudine

Un aspetto cruciale nel processo terapeutico è la valutazione delle abitudini del paziente. È essenziale riconoscere che il risparmio energetico, sebbene benefico per le abitudini positive, può avere conseguenze negative quando applicato a comportamenti dannosi. Il fulcro dell’intervento terapeutico è dunque analizzare attentamente se le abitudini del paziente siano virtuose o viziose.

Le abitudini negative tendono a perpetuare il danno, creando un ciclo vizioso di comportamento dannoso. Al contrario, le abitudini positive innescano un meccanismo virtuoso che promuove il benessere e il cambiamento positivo. La terapia mira a facilitare questo processo di trasformazione, ponendo l’accento sul primo passo fondamentale: impostare un cambiamento. L’idea di spezzare un’abitudine consolidata, specialmente a livello psicoterapeutico, richiede un’analisi attenta e sensibile. L’apprendimento basato sulla ricompensa emerge come un paradigma potente per favorire il cambiamento. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’autocontrollo, l’attenzione alla ricompensa spinge il paziente a collegare chiaramente le azioni intraprese con i risultati desiderati. La psicoterapia potrebbe quindi incorporare l’esplorazione delle gratificazioni intrinseche e estrinseche associate ai comportamenti, consentendo al paziente di sviluppare una visione più completa e motivante del cambiamento.

La consapevolezza diventa il filo conduttore attraverso il quale il processo di “rimodellamento” avviene. Il terapeuta, insieme al paziente, esplora le dinamiche sottostanti che sostengono l’abitudine consolidata, portando alla luce schemi di pensiero e comportamenti automatici. Questo livello di consapevolezza apre la porta alla possibilità di adottare una nuova prospettiva sulla situazione, aprendo la strada a scelte e comportamenti alternativi.

Il focus sulla ricompensa potrebbe anche coinvolgere la definizione di obiettivi specifici e la creazione di un sistema di rinforzo positivo per incoraggiare progressivamente il cambiamento. L’approccio è basato sulla comprensione che, mentre l’autocontrollo può vacillare sotto lo stress, il cervello è suscettibile alla gratificazione, offrendo una leva preziosa per modellare nuovi comportamenti. La consapevolezza, quindi, si trasforma in uno strumento potente per il cambiamento, consentendo al cervello di adattarsi e adottare nuovi modelli di comportamento più adatti e desiderati.

Perché non possiamo semplicemente controllarci?

L’affermazione della dottrina dell’autocontrollo ha permeato la nostra cultura per anni, invitandoci a credere che, in qualsiasi situazione, dovremmo essere in grado di controllare le nostre azioni con pura forza di volontà. Tuttavia, la ricerca neuroscientifica ci ha aperto gli occhi su una realtà più complessa. Le reti cerebrali coinvolte nell’autocontrollo, cruciali nel mantenere comportamenti desiderati e resistere alle tentazioni, sono fra le prime a “staccarsi” durante situazioni di stress.

Il cervello, complesso e adattabile, reagisce allo stress disattivando temporaneamente le regioni deputate all’autocontrollo. Questo fenomeno può spiegare perché, sotto pressione o in momenti di forte emozione, ci ritroviamo a cedere a comportamenti indesiderati nonostante la nostra ferma volontà di resistere. Ad esempio, potremmo trovare difficile trattenere una reazione impulsiva durante una discussione accesa o resistere a una cattiva abitudine quando ci sentiamo sopraffatti.

La chiave per superare questa sfida risiede nella consapevolezza. Capire che le reti cerebrali dell’autocontrollo possono diventare “offline” in certi contesti ci permette di adottare un approccio più compassionevole verso noi stessi. La consapevolezza di questo processo neurologico ci offre l’opportunità di esplorare nuovi approcci per gestire lo stress e le emozioni intense, anziché cercare di forzare il controllo.

Spostare l’approccio dalla disciplina all’apprendimento basato sulla ricompensa

Il concetto di spostare l’approccio dalla disciplina all’apprendimento basato sulla ricompensa rappresenta una svolta significativa nella nostra comprensione del cambiamento comportamentale. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’autocontrollo, si propone di abbracciare una prospettiva che coinvolge il cervello attraverso incentivi positivi.

L’apprendimento basato sulla ricompensa sottolinea che quanto sia gratificante un comportamento determina la probabilità di ripeterlo in futuro. In contesti psicoterapeutici, questo approccio può essere applicato attraverso il riconoscimento e la valorizzazione dei progressi, la definizione di obiettivi realistici e l’implementazione di sistemi di rinforzo positivo. La consapevolezza gioca un ruolo cruciale in questo processo, consentendo al paziente di riconoscere le ricompense associate ai comportamenti desiderati.

Guardare chiaramente cosa si ottiene dalla modifica di un comportamento consente di creare una connessione diretta tra azione e risultati. Nel contesto terapeutico, questo potrebbe implicare la riflessione su come un cambiamento comportamentale può migliorare la qualità della vita del paziente o contribuire al raggiungimento dei suoi obiettivi. La consapevolezza continua di questi benefici offre un incentivo costante per mantenere il cambiamento a lungo termine.

Infine, trovare un’offerta migliore implica la ricerca di nuovi modi gratificanti per sostituire comportamenti indesiderati. La consapevolezza gioca ancora una volta un ruolo cruciale nell’aiutare il paziente a esplorare alternative più soddisfacenti e salutari. Invece di focalizzarsi solo sulla rinuncia, si incoraggia il paziente a concentrarsi sulle nuove opportunità e ricompense che un cambiamento positivo può portare nella sua vita. Questo approccio non solo facilita il processo di adattamento, ma sostiene anche il desiderio intrinseco del cervello di cercare offerte più ampie ed efficienti.

Conclusione

In esplorare il mondo complesso delle abitudini e del cambiamento comportamentale, emerge una verità fondamentale: siamo creature guidate dalla nostra biologia, plasmate da abitudini che, nel corso del tempo, diventano parte intrinseca della nostra quotidianità.

Partire da un buon inizio con motivazione e determinazione mentale, mantenere una pratica regolare senza interruzioni, creare un ambiente favorevole e perseverare fino al raggiungimento dell’obiettivo costituiscono le pietre miliari per la formazione di abitudini durature e positive.

Tuttavia, l’ostacolo dell’autocontrollo sottolinea la complessità della nostra psiche. Le reti cerebrali che supportano l’autocontrollo si disattivano sotto stress, sfidando la concezione tradizionale di semplice forza di volontà. La chiave per superare questa sfida risiede nella consapevolezza e nell’adozione di un approccio basato sull’apprendimento e sulla ricompensa. In questo modo, ci spostiamo dalla disciplina rigida a un modello più flessibile e incentrato sul riconoscimento positivo.

Nella sfida di spezzare abitudini consolidate, la consapevolezza continua a essere il faro che illumina il cammino del cambiamento. Spostare il focus sulla ricompensa permette di creare collegamenti chiari tra azione e risultati desiderati. La consapevolezza ci guida attraverso il processo di “rimodellamento,” consentendo al cervello di adattarsi e abbracciare nuovi modelli di comportamento più adatti e gratificanti.

In definitiva, il percorso per formare abitudini positive e superare quelle indesiderate richiede una combinazione di motivazione intrinseca, pratica costante, consapevolezza e una prospettiva centrata sulle ricompense. Nel viaggio della crescita personale, possiamo trasformare il nostro rapporto con le abitudini, coltivando uno stile di vita che ci eleva e ci avvicina sempre di più al benessere mentale e emotivo.

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Affrontare la sindrome da burnout: strategie per il benessere psicologico in Italia

In Italia, una recente indagine condotta da GoodHabitz, piattaforma internazionale per la formazione aziendale, ha rivelato che un’ampia percentuale di lavoratori lotta in silenzio contro i problemi legati al malessere mentale sul luogo di lavoro. Secondo i dati emersi, ben una persona su due è alle prese con stress e burnout, mentre un significativo 13% ha dichiarato di aver sperimentato questi fenomeni in modo molto intenso. Queste cifre mettono in evidenza una preoccupante lacuna nella comunicazione tra dipendenti e manager riguardo alla salute psichica.

L’indagine, condotta in collaborazione con l’agenzia Markteffect, ha coinvolto oltre 24.000 lavoratori a livello globale, di cui circa 1.280 in Italia, compresi tra i 25 e i 65 anni. Lo studio ha analizzato diversi aspetti legati all’evoluzione del benessere sul luogo di lavoro nel contesto attuale.

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’indagine è che solo il 50% dei lavoratori si sente a proprio agio nel discutere all’interno dell’azienda di ansia, attacchi di panico e altri disturbi mentali. Questo dato sottolinea l’importanza di promuovere ambienti lavorativi in cui le conversazioni aperte sulla salute mentale siano attivamente incoraggiate e supportate.

La gestione dello stress è emersa come una delle abilità chiave in grado di influenzare positivamente il benessere lavorativo, con il 35% dei partecipanti che lo considera fondamentale.

Questi dati riflettono la necessità urgente di promuovere una cultura aziendale che valorizzi e supporti il benessere psicologico dei dipendenti. Fornire risorse e strumenti per gestire lo stress e prevenire il burnout, insieme a un ambiente di lavoro che favorisca la comunicazione aperta e il supporto reciproco, sono passi fondamentali per migliorare la salute mentale sul luogo di lavoro e promuovere un benessere complessivo.

Comprendere la sindrome da burnout

L’approccio al lavoro è un elemento cruciale nel contesto della sindrome da burnout, poiché influisce significativamente sulle motivazioni, sul senso di identità e sulle aspettative connesse al proprio impiego. Possiamo osservare una vasta gamma di prospettive nei confronti del lavoro, che vanno dalla percezione del lavoro come una vocazione personale fino alla mera necessità di sostentamento economico. Queste varie sfaccettature dell’approccio al lavoro possono avere un impatto significativo sul livello di coinvolgimento emotivo e psicologico dei lavoratori, influenzando direttamente il rischio di burnout.

Per molti individui, il lavoro rappresenta molto più di una semplice attività remunerativa; è una vocazione che riflette la propria identità e il proprio valore personale. Questi individui possono sentirsi profondamente investiti emotivamente nel loro lavoro, trovando gratificazione nel sentirsi utili e riconosciuti nel contesto professionale. Tuttavia, questa stessa profonda identificazione con il lavoro può anche renderli più vulnerabili al burnout, poiché le aspettative personali e sociali legate al lavoro possono essere estremamente elevate.

Al contrario, per altri individui, il lavoro può essere percepito principalmente come un mezzo per garantire il sostentamento finanziario, senza alcun legame significativo con l’identità personale o il valore intrinseco. Questi individui possono investire meno emotivamente nel proprio lavoro e possono essere meno inclini a sperimentare un senso di realizzazione personale attraverso l’occupazione. Tuttavia, anche loro possono essere soggetti al burnout, specialmente se il lavoro diventa fonte di stress e pressione costanti.

Inoltre, per alcuni individui, il lavoro può rappresentare un’opportunità per autoaffermarsi e riscattarsi da situazioni di inadeguatezza o fallimento passato. In questi casi, il lavoro può assumere un significato particolarmente rilevante nel processo di costruzione dell’autostima e della sicurezza personale. Tuttavia, questo stesso desiderio di autoaffermazione può portare a un impegno eccessivo nel lavoro, con conseguente rischio di burnout.

È importante riconoscere che ciascuno ha un proprio livello di tolleranza allo stress e al carico lavorativo. Ciò che potrebbe essere fonte di piacere e gratificazione in un primo momento, come il sentirsi utile e riconosciuto, potrebbe diventare fonte di stress e frustrazione se le richieste lavorative diventano eccessive e non ci si sente in grado di dire di no. In questa situazione, si verifica una graduale erosione del senso di identità e sicurezza personale, poiché il valore personale diventa sempre più legato al soddisfacimento delle aspettative lavorative esterne.

Il burnout si sviluppa quindi come risultato di una complessa interazione tra le aspettative personali e sociali legate al lavoro, il carico lavorativo e lo stato emotivo e psicologico del singolo individuo. È essenziale valutare attentamente se la nostra capacità di adattamento al contesto lavorativo è sufficiente a gestire le richieste o se le stesse sono effettivamente eccessive. In alcuni casi, potremmo dover imparare a mettere una distanza emotiva tra noi stessi e il lavoro, mentre in altri potremmo essere costretti a considerare un cambiamento di ambiente lavorativo. L’importante è riconoscere che il burnout non è necessariamente una conseguenza della nostra incapacità personale, ma può essere influenzato dalle condizioni lavorative e dalle aspettative esterne.

Identificare i segnali premonitori

Riconoscere i segnali precoci della sindrome da burnout è cruciale per intervenire tempestivamente e prevenire il peggioramento della situazione. Questi segnali possono manifestarsi in modi diversi e possono variare da persona a persona, ma è fondamentale essere consapevoli dei campanelli d’allarme che indicano un potenziale rischio di burnout.

Uno dei segni più evidenti è una crescente sensazione di stanchezza e esaurimento, che va oltre la semplice fatica fisica e si manifesta come una costante sensazione di affaticamento mentale ed emotivo. Questo senso di stanchezza può rendere difficile anche svolgere le attività quotidiane più semplici e può portare a un calo significativo delle energie e della motivazione.

La difficoltà a concentrarsi è un altro segnale precoce da tenere d’occhio. Le persone che stanno attraversando un periodo di burnout spesso trovano difficile focalizzarsi sulle attività lavorative o anche su compiti che una volta consideravano stimolanti e interessanti. Questo può influire negativamente sulle prestazioni sul lavoro e aumentare ulteriormente il senso di frustrazione e inefficacia.

La perdita di interesse per le attività precedentemente piacevoli è un sintomo comune del burnout. Le persone possono scoprire che non provano più gioia o soddisfazione dalle attività che una volta li rendevano felici e soddisfatti. Questo può portare a un senso di vuoto emotivo e a una diminuzione complessiva del benessere emotivo.

L’irritabilità e l’ansia sono altri segnali che possono indicare un potenziale burnout in arrivo. Le persone che si trovano sotto stress e pressione costanti possono diventare più irritabili e reagire in modo esagerato a situazioni che normalmente non causerebbero problemi. L’ansia può anche aumentare, portando a una sensazione costante di apprensione e preoccupazione per il futuro.

Se noti uno o più di questi segnali in te stesso o in qualcuno che conosci, è importante prendere sul serio queste indicazioni e cercare aiuto professionale senza indugiare. Un intervento tempestivo può fare la differenza nel prevenire il burnout e favorire un recupero rapido e completo. Non ignorare i segnali precoci e non esitare a chiedere supporto quando ne hai bisogno. La tua salute mentale è preziosa e merita attenzione e cura.

Approcci terapeutici efficaci

Come psicoterapeuti, abbiamo a disposizione una vasta gamma di approcci terapeutici per aiutare i nostri pazienti a superare la sindrome da burnout. Uno degli approcci più efficaci è la terapia cognitivo-comportamentale (TCC), che si concentra sull’identificazione e sulla modifica dei pensieri distorti e dei comportamenti disfunzionali che contribuiscono al burnout. Attraverso la TCC, i pazienti imparano a gestire lo stress in modo più efficace, a impostare limiti sani e a sviluppare strategie di coping adattive.

Inoltre, la terapia di gruppo può essere estremamente benefica per coloro che affrontano la sindrome da burnout. Partecipare a gruppi di supporto offre l’opportunità di condividere esperienze simili con gli altri, ricevere sostegno reciproco e imparare nuove strategie di gestione dello stress. Il sostegno sociale è un fattore chiave nel processo di guarigione dal burnout e partecipare a una comunità di individui che comprendono le sfide che stai affrontando può essere incredibilmente motivante e confortante.

Pratiche di auto-cura e prevenzione

Oltre alla terapia professionale, è importante integrare pratiche di auto-cura nella propria routine quotidiana per prevenire il burnout e promuovere il benessere psicologico. Questo può includere l’esercizio regolare, la meditazione, il tempo trascorso all’aperto nella natura, il mantenimento di un equilibrio tra lavoro e vita personale e il coltivare relazioni significative con gli altri. Anche piccoli cambiamenti nella routine quotidiana possono fare una grande differenza nel ridurre lo stress e migliorare il benessere emotivo complessivo.

Conclusione

La sindrome da burnout può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sul benessere complessivo di un individuo, ma non è una condanna definitiva. Con il supporto adeguato e le giuste strategie di coping, è possibile superare il burnout e tornare a godere di una vita piena e appagante. Come psicoterapeuti, è nostro compito fornire un ambiente sicuro e di sostegno per i nostri pazienti mentre affrontano questa sfida e guidarli lungo il percorso verso la guarigione e il benessere psicologico duraturo.

Bibliografia:

“La sindrome del burn-out”, C. Cherniss, Centro Scientifico Torinese;

“Burn-out, mobbing e malattie da stress. Il rischio psico-sociale e lo stress lavoro-correlato”, F. Pellegrino, G. Esposito, Positive Press;

“Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al lavoro”, C. Maslach, M. P. Leiter, Erickson

https://www.ilsole24ore.com/art/due-lavoratori-italiani-tre-soffrono-stress-e-burnout-ma-poco-se-ne-parla-AFha9TDB