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Relazionarsi con gli altri, cosa è cambiato?

Gli effetti che la pandemia da Covid-19 ha generato hanno impattato in maniera significativa sulla vita di tutti. La minore libertà di spostamento è sicuramente la punta dell’iceberg: le conseguenze hanno condizionato le modalità in cui ci relazioniamo a lungo termine. 

Gli esperti affermano che i cambiamenti, soprattutto quelli che impattano sulle proprie abitudini acquisite, tendano a generare stati d’ansia in diverse persone. Questo è dovuto all’aumento dell’insicurezza del tempo presente e di quello immediatamente futuro, insicurezze che stanno invadendo in modo dirompente il mondo dei rapporti. 

Assistiamo quindi al diffondersi di più tipi di reazioni: da una parte siamo tutti stufi e saturi di regole, limiti e barriere ma dall’altra non sappiamo bene con gestire la vicinanza e la relazione tra le persone. 

Nulla di innaturale: in questo scenario di cambiamenti profondi siamo messi a dura prova. 

Relazioni nel periodo post-covid

Ma è ancora possibile relazionarsi con l’altro in modo sicuro? Questa domanda va ben oltre la questione del contagio pandemico. Conoscere l’Altro e farsi conoscere attiva delle paure profonde che vanno dal timore di non essere all’altezza,  alla paura di non piacere, al timore del giudizio altrui, alla sensazione di sgomento e di disorientamento che viviamo quando siamo in situazioni di disagio sociale. Insomma, a giocarla da padrone è proprio la nostra autostima sociale, ovvero quella parte di senso di sé e di valore che sentiamo nei rapporti con gli altri e che costruiamo grazie al rapporto con gli altri. 

Il periodo pandemico ha reso più “ansiogeno”  l’incontro sociale: da una parte molti spazi di incontro e di aggregazione hanno mutato le loro regole, proprio per evitare il “contatto”, dall’altro sono venute meno molte occasioni sociali che consentivano di trovarsi in contesti di relazionalità, infine è “come se” dopo due anni non sapessimo più come gestire le nuove situazioni, le relazioni, la “giusta distanza” tra e con le persone. Elemento ben più difficile da eradicare è il fatto che alla “solitudine” si rischia di abituarsi, eleggendola a “luogo sicuro”, “confort zone”. Visto che non mi sento a mio agio con gli altri “evito” ma più faccio questo maggiore è l’ansia che si sento dentro e quindi aumenta anche la tendenza all’evitamento, in un gioco di circolarità senza fine. 

L’uomo è un animale sociale

Si può stare bene da soli? Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno dei rapporti per sentirci amati, importanti, persone di valore. Abbiamo tutti bisogno di essere “riconosciuti” per quello che siamo e per quello che facciamo.

La relazione “dovrebbe” essere luogo di conferma e riconoscimento della persona, quindi fonte di benessere, ma ovviamente spesso le cose non sono così. Ecco che il dolore del rifiuto, la delusione di non venire capiti, il non sentirsi importanti divengono esperienze che via via ci allontanano dagli altri facendoci “difendere” dai rapporti e nei rapporti. A quel punto la solitudine appare più “bella”, poiché fa meno male. 

Il fenomeno del languishing

Oggi siamo di fronte ad una nuova fase “emotiva” che accomuna molte persone e che appare caratterizzata da una condizione emotiva denominata “languishing”, termine che tradotto in italiano significa “languire”, in riferimento ad un senso di vuoto e di stagnazione. Si tratta, infatti, di uno stato di assenza di benessere in cui ci si sente come sospesi, in una dimensione temporale e spaziale sempre uguale, dove si avverte quasi la sensazione di un annebbiamento, che impedisce di entrare in contatto autentico con gli aspetti positivi della vita e degli altri. Riuscire a percepire momenti di gioia è sempre più difficile. 

Ma l’aspetto più insidioso del “languishing” riguarda la difficoltà ad identificarlo, cioè chi lo sta vivendo non riesce a individuare questa forma di sofferenza latente, rimanendo indifferente e non chiedendo aiuto.

Superare il languishing

Cosa si può fare? Il primo passo è prendere consapevolezza di questo stato d’animo, riconoscerlo, dare voce a un malessere offuscato. Questo per poi iniziare a porsi dei piccoli obiettivi, con la prospettiva di ricominciare a sognare, a progettare: animare il senso di fiducia e di speranza verso il futuro, facendo leva sulla capacità di resilienza che è in ognuno di noi.

Il secondo passo è “provare”, “buttarsi” anche in nuove esperienze, con la consapevolezza che per cambiare le cose bisogna inevitabilmente iniziare a cambiare qualcosa. L’uscita da questa situazione richiede da una parte la gestione dei sintomi dell’ansia,  dall’altra l’esposizione graduale a situazioni temute. La terapia può essere un utile ausilio e supporto in questo. 

Il repertorio emotivo che ci ha accompagnato in questi lunghi mesi è davvero ampio ed eterogeneo. Ciò va a testimonianza dal fatto che le nostre capacità adattive attivate in situazioni nuove e sconosciute implicano delle risonanze anche di tipo emotivo, in quanto per poter reagire di fronte alle difficoltà e trovare un nuovo equilibrio tra il proprio sé e il mondo esterno, dobbiamo affidarci ai nostri vissuti, a quello che proviamo ma anche aprirci al nuovo e “osare”. 

Ricostruire la sensibilità

Ricostruirsi restando sensibili anche alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità, in un processo di rigenerazione continua.

L’aspetto centrale del processo terapeutico è sollecitare l’utilizzo delle strategie flessibili ed adattive per affrontare i duri momenti dell’impatto con ansia, solitudine e paure. Questi sono sentimenti essenziali nell’esperienza di ogni individuo e aprono quella chiave di accesso alle proprie risorse interiori.

Imparare a conoscere e gestire l’ansia negoziando con i propri conflitti, stabilendo i propri limiti e dando valore ai nostri talenti.

Imparare a vivere la solitudine anche nella sua “dimensione di Libertà”, trasformandola in “Creatività” senza cadere intrappolati dall’ansia… Questo può aprire alla possibilità di nuove esperienze di relazione, sane e costruttive. 

“La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà.”

Fabrizio De André

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